Piangi.
Piangi il dolore degli altri,
con gli altri, per gli altri.
Ridi solamente di te stesso.
Il cinismo confuso,
il rantolare sommesso
- a metà per il fumo,
o per il sesso.
Il verso che suona sempre
a sonora presa in giro.
Un giocoliere che non vuol fare
il presidente né il commesso.
Urla, urla dalla finestra,
povero fesso.
mercoledì 25 settembre 2013
mercoledì 31 luglio 2013
La prima sabbia
La prima sabbia è come un bacio,
lento e delicato,
uno ad uno assaporando i chicchi magici,
il frutto proibito,
lo spazio aperto,
la libertà limitata eppure estesa,
sconfinata.
La prima sabbia è come l'acqua,
scìvola,
la scopri stringendo i pugni,
la senti nei malleoli,
ti penetra,
non ti fa male.
La prima sabbia sono i tuoi capelli,
scomposte chiome al sole,
un singhiozzo con la gola,
una virgola in bocca.
La prima sabbia sei tu
che cammini nel sole con le mani,
- le gambe muto accompagnatore -
e nel vento sorridi:
hai dieci mesi,
e ciò mi basta.
lento e delicato,
uno ad uno assaporando i chicchi magici,
il frutto proibito,
lo spazio aperto,
la libertà limitata eppure estesa,
sconfinata.
La prima sabbia è come l'acqua,
scìvola,
la scopri stringendo i pugni,
la senti nei malleoli,
ti penetra,
non ti fa male.
La prima sabbia sono i tuoi capelli,
scomposte chiome al sole,
un singhiozzo con la gola,
una virgola in bocca.
La prima sabbia sei tu
che cammini nel sole con le mani,
- le gambe muto accompagnatore -
e nel vento sorridi:
hai dieci mesi,
e ciò mi basta.
venerdì 10 maggio 2013
Emergenze
Duino.
Attraverso un albero bianco,
delle maschere,
volti d'arpia
o dita di pianoforte,
mi stavano sussurrando nel vento
la verità,
e non riuscivo a carpirla.
Così la pioggia,
nel morse delle grate,
scolando giù per la tettoia.
Non riuscivo a decifrare nessuno
di quei codici.
Consapevole di questa negazione,
si calmò l'animo mio addormentato,
e caddi,
"come corpo morto cade".
27 aprile 2013. h00,57.
lunedì 15 aprile 2013
Lullaby
Le dinamiche familiari,
Si annega, si asciuga.
immobili come un ossimoro.
La particella impazzita,
cosa ne sarà della sua strada.
Si annega, si asciuga.
E i segni sulla pelle, quelli del tempo
o della vita.
E se le cose fossero semplicemente
così: molli come questa carne.
Come le cosce nello specchio,
come le forme della donnamamma,
nella sostanza ancora infante.
E se riuscissi a contenermi,
a tenermi con me, almeno.
E se finissi domani,
bruciata dal cerchio di fuoco
per un salto estremo, mal calcolato?
Piccole mani spettinano i pensieri,
e tirano i capelli come campane,
per riportarmi a me, a lei,
a noi.
giovedì 11 aprile 2013
A te che dormi
Poter riacquistare, per un istante,
il viso dell'infante
un attimo prima di arrendersi al sonno
allungherebbe l'esistenza.
La lotta con la veglia,
per la conoscenza dell'ultimo dettaglio,
quantunque sia forbice, arancio o canovaccio
per noi talmente comune da dimenticarcene.
Il rantolare a picchi, il sapore di latte
dentro il fiato,
la mano tesa, cercando un limite
dentro il contenitore del caso.
E poi il viso, sempre lo stesso:
l'occhio aperto a metà,
il naso diritto, il torace sollevato,
e sulla bocca di seta
la fiera espressione del soldato.
il viso dell'infante
un attimo prima di arrendersi al sonno
allungherebbe l'esistenza.
La lotta con la veglia,
per la conoscenza dell'ultimo dettaglio,
quantunque sia forbice, arancio o canovaccio
per noi talmente comune da dimenticarcene.
Il rantolare a picchi, il sapore di latte
dentro il fiato,
la mano tesa, cercando un limite
dentro il contenitore del caso.
E poi il viso, sempre lo stesso:
l'occhio aperto a metà,
il naso diritto, il torace sollevato,
e sulla bocca di seta
la fiera espressione del soldato.
mercoledì 11 aprile 2012
pensieri numero 15.
per la follia della tana, che poi diventava la bambina,
non c'era verso nè modo.
Le cose la sconvolgevano raramente, le cose più stupide e senza senso, allora diventava vittima e aggressore, e maldiceva chiunque nel raggio di diecimila chilometri a partire da lei, maldiceva lei, il payaso, buenos aires, la signorina di skype che le apriva un varco nello stomaco ogni volta, ma non per cattiveria, no, lei non era cattiva, erano i legami, il passato che non torna, lei pensava questo quando guardava le foto, ma non gliel'avrebbe mai voluto dire e quella sera io la guardavo e sapevo, sapevo che dentro di lei qualcosa piano si disfaceva con ogni singolo pixel ma non avrebbe osato raccontarlo a nessuno, neppure a lui, a lui che forse era l'unico che poteva tirarla fuori ma lei non si sarebbe lasciata aiutare. neppure quella volta.
E così, rouge o noir et rein ne va plus, riprenderai il bagaglio con il quale sei andata via, tanita, che te ne fai cosa ti rimane, c'è gente che vive amando e c'è gente che torna a innamorarsi ma tu no, tu vivi gli amori degli altri tana, tu sei nata così, tu hai voluto essere così, tu hai scelto la tua condanna e l'invetabile non glielo spiegherai mai, a nessuno, come fai a spiegarlo, lo conoscevo io quell'inevitabile, ero con te in tutti gli sguardi, sotto tutte le pance, tra i fili di capelli che rimanevano impigliati nei tessuti, io sono l'unica che conosce il tuo limite e il tuo inevitabile tana ma tu mi costringi alla sordità e alla bocca cucita, perchè è più importante per te che gli altri non vedano tutto allora racconti altre storie che passano per tue, ma che sono vere solo per metà, come mani di vernice accumulatesi con cura sullo sgangherato cancello di un giardino ormai sfiorito.
Se potessi raccontarlo, il tuo giardino sfiorito, a qualcuno che capisca ma non per farti dare la ragione, per portare il discorso come i pazzi di Bateson a un altro livello, in un altro contesto di decifrazione, le hai provate tutte donne e uomini e ancora una pancia non ti ha risposto, perchè le pance non vogliono...
non c'era verso nè modo.
Le cose la sconvolgevano raramente, le cose più stupide e senza senso, allora diventava vittima e aggressore, e maldiceva chiunque nel raggio di diecimila chilometri a partire da lei, maldiceva lei, il payaso, buenos aires, la signorina di skype che le apriva un varco nello stomaco ogni volta, ma non per cattiveria, no, lei non era cattiva, erano i legami, il passato che non torna, lei pensava questo quando guardava le foto, ma non gliel'avrebbe mai voluto dire e quella sera io la guardavo e sapevo, sapevo che dentro di lei qualcosa piano si disfaceva con ogni singolo pixel ma non avrebbe osato raccontarlo a nessuno, neppure a lui, a lui che forse era l'unico che poteva tirarla fuori ma lei non si sarebbe lasciata aiutare. neppure quella volta.
E così, rouge o noir et rein ne va plus, riprenderai il bagaglio con il quale sei andata via, tanita, che te ne fai cosa ti rimane, c'è gente che vive amando e c'è gente che torna a innamorarsi ma tu no, tu vivi gli amori degli altri tana, tu sei nata così, tu hai voluto essere così, tu hai scelto la tua condanna e l'invetabile non glielo spiegherai mai, a nessuno, come fai a spiegarlo, lo conoscevo io quell'inevitabile, ero con te in tutti gli sguardi, sotto tutte le pance, tra i fili di capelli che rimanevano impigliati nei tessuti, io sono l'unica che conosce il tuo limite e il tuo inevitabile tana ma tu mi costringi alla sordità e alla bocca cucita, perchè è più importante per te che gli altri non vedano tutto allora racconti altre storie che passano per tue, ma che sono vere solo per metà, come mani di vernice accumulatesi con cura sullo sgangherato cancello di un giardino ormai sfiorito.
Se potessi raccontarlo, il tuo giardino sfiorito, a qualcuno che capisca ma non per farti dare la ragione, per portare il discorso come i pazzi di Bateson a un altro livello, in un altro contesto di decifrazione, le hai provate tutte donne e uomini e ancora una pancia non ti ha risposto, perchè le pance non vogliono...
lunedì 31 ottobre 2011
Algun Lugar Encontraré (feat Andrés Calamaro).
Estoy cansado de buscar, algún lugar encontraré
Estoy malherido, estuve sin saber que hacer
En algún lugar.... Te espero...
Estoy cansado de esperar, pero igual no tengo adonde ir
Ayer la tormenta, casi me rompe el corazón
Pero igual... Te quiero...
En algún lugar...
El tiempo y la distancia ya no existen para mi
Lo dejé todo, aunque todo lo recuerdo muy bien
Y a fuerza de partir, voy a saber lo que es volver
Y volver, uh! Volver
Un ángel me vino a buscar, pero igual no lo voy a seguir
Me dice la gente que deje de pensar así
Pero igual...Te espero...
En algún lugar...Te espero
Perdi la nocion del tiempo y el lugar
No sé ni donde tengo la nariz
Será que las cosas, no vuelven al mismo lugar
Pero igual...Te espero
En algún lugar...Te espero
Estoy malherido, estuve sin saber que hacer
En algún lugar.... Te espero...
Estoy cansado de esperar, pero igual no tengo adonde ir
Ayer la tormenta, casi me rompe el corazón
Pero igual... Te quiero...
En algún lugar...
El tiempo y la distancia ya no existen para mi
Lo dejé todo, aunque todo lo recuerdo muy bien
Y a fuerza de partir, voy a saber lo que es volver
Y volver, uh! Volver
Un ángel me vino a buscar, pero igual no lo voy a seguir
Me dice la gente que deje de pensar así
Pero igual...Te espero...
En algún lugar...Te espero
Perdi la nocion del tiempo y el lugar
No sé ni donde tengo la nariz
Será que las cosas, no vuelven al mismo lugar
Pero igual...Te espero
En algún lugar...Te espero
sabato 17 settembre 2011
R.I.P.
Padre mio,
con la letteratura ti ho portato
verso il mondo di coloro che non tornano.
Com'è stato il proseguo del tuo viaggio?
Avrai incontrato già d'Ercole le alte colonne,
e un traghettatore stanco, barbuto al pari tuo,
avrà saggiato la bontà della moneta.
Con chi - dimmi - con chi dialoghi?
Quale vecchia conoscenza, quale abisso
nel tuo iride d'olivo, per noi bianco?
Sono nuvole o fiamme l'orizzonte,
o una lunga e bianca stanza
dove l'eterna attesa sono i giorni?
Dietro di te, una pioggia d'interrogativi
si distende, tra quelli che hai lasciato,
inconsapevolmente,
a luce spenta.
O forse siamo noi dentro l'epigrafe
"Riposa in Pace", e non ce ne accorgiamo.
con la letteratura ti ho portato
verso il mondo di coloro che non tornano.
Com'è stato il proseguo del tuo viaggio?
Avrai incontrato già d'Ercole le alte colonne,
e un traghettatore stanco, barbuto al pari tuo,
avrà saggiato la bontà della moneta.
Con chi - dimmi - con chi dialoghi?
Quale vecchia conoscenza, quale abisso
nel tuo iride d'olivo, per noi bianco?
Sono nuvole o fiamme l'orizzonte,
o una lunga e bianca stanza
dove l'eterna attesa sono i giorni?
Dietro di te, una pioggia d'interrogativi
si distende, tra quelli che hai lasciato,
inconsapevolmente,
a luce spenta.
O forse siamo noi dentro l'epigrafe
"Riposa in Pace", e non ce ne accorgiamo.
sabato 10 settembre 2011
LEGAMI
Avviene la mattina che se ti guardi sull'acqua
ti svegli diverso.
E tuttavia rimane un privilegio.
Ora è tutto uguale, persino il verso.
Quando avevo vent'anni era lo stesso,
vero Maestro?
"Allora, però, con la speranza di essere tutto,anche farfalla
e merlo, per sortilegio."
Quanto tempo è trascorso, mio cavaliere errante,
cavalcando onde e giornate, insieme,
un nodo e un altro come progressione
di sinapsi impazzite (forse addolorate)
o come la biblioteca in cui ieri, mi è parso di perdermi,
insieme a mio padre e mio fratello,
a discorrere di paradossi con Zenone.
Chissà quale tartaruga mi ha staccato,
quel giorno, appena prima del traguardo,
perchè io possa perseguire per sempre
un istante ormai passato.
Che queste corde possano trattenerci,
vivi, uniti, insieme.
Per sempre?
A intervalli regolari
cigolan le vele,
ormai ammainate.
sabato 13 agosto 2011
SUL TACCUINO
DILUENTE
La letteratura
potrebbe salvarci,
se solo sapessimo prenderla
e goderne
quale prostituta francese
in reconditi amplessi sur le Seine.
Apro bene le narici e scopro il petto
affinché le lingue degli altri
possano in me trovare nido e cibo.
Mutante di personaggi a me alieni,
si presta la mente scorrendo le righe,
e il mondo di fuori si scolora,
lasciando il posto a un altro quando.
Probabilmente, -disse così il prolifico regista-
oggi sono fuori fuoco. Meglio per gli altri.
verso la Corsica, 2 Agosto
******
DONNE
C'erano un tempo donne per cui davvero
valeva la pena.
Erano quelle dei cavalieri erranti
contro le fiere di boschi immaginari,
quelle dei naufragi senza ritorno,
già raggiunti dall'onda,
era l'angoscia di Ulisse, Jacopo o Werther.
La storia deve aver subito un'inversione.
Dopo cuori, vite, vascelli e popolazioni,
tutto ciò che dietro di loro e per loro si muove,
è il passo stanco d'uomini insulsi,
eroi del quotidiano-quieto-vivere, da esse stesse
generati, per un'innaturale involuzione.
Poi però si piange col cavallo bianco da pellicola,
e si agogna il manto azzurro ad ogni sguardo,
agitando le palpebre e i seni. L'altro non vede.
La letteratura
potrebbe salvarci,
se solo sapessimo prenderla
e goderne
quale prostituta francese
in reconditi amplessi sur le Seine.
Apro bene le narici e scopro il petto
affinché le lingue degli altri
possano in me trovare nido e cibo.
Mutante di personaggi a me alieni,
si presta la mente scorrendo le righe,
e il mondo di fuori si scolora,
lasciando il posto a un altro quando.
Probabilmente, -disse così il prolifico regista-
oggi sono fuori fuoco. Meglio per gli altri.
verso la Corsica, 2 Agosto
******
DONNE
C'erano un tempo donne per cui davvero
valeva la pena.
Erano quelle dei cavalieri erranti
contro le fiere di boschi immaginari,
quelle dei naufragi senza ritorno,
già raggiunti dall'onda,
era l'angoscia di Ulisse, Jacopo o Werther.
La storia deve aver subito un'inversione.
Dopo cuori, vite, vascelli e popolazioni,
tutto ciò che dietro di loro e per loro si muove,
è il passo stanco d'uomini insulsi,
eroi del quotidiano-quieto-vivere, da esse stesse
generati, per un'innaturale involuzione.
Poi però si piange col cavallo bianco da pellicola,
e si agogna il manto azzurro ad ogni sguardo,
agitando le palpebre e i seni. L'altro non vede.
mercoledì 27 luglio 2011
ISTRUZIONI PER SCENDERE LE SCALE
Le scale non si salgono, si scendono.
Siamo già al sommo grado della catena evolutiva, quale altro paradiso possiamo cercare se non quello in cui siamo? Il gioco è a somma zero, ed è questo il corollario alla dissertazione che non seguirà. Perché da noi, ripeto, le scale si scendono.
Si comincia col domandarsi di che colore sarà la carta che estrarremo dal ventaglio possibile del cervello, già che tra noi e le scale ci sono determinati gradi di separazione, soprattutto se si opta per l'eretica soluzione della discesa: occorre valutare le vertigini, il senso del vuoto, della sconfitta irrimediabile, degli Inferi, la finta resistenza delle viscere, avide di ambigui finali, le paure ancestrali da chierichetti, le notti con la mano pronta sull'interruttore, e poi, per una serie infinita, valutare minuziosamente la suola delle proprie scarpe, la dimensione dello scalino, la fattura del pavimento (sul pavimento?), l'orario dei vicini, il grado di pulizia, il numero dei granelli di polvere per il tempo impiegato ad attraversare la distanza media tra noi e l'uscita (sempre che ve ne sia. ma chi scende le scale, questo lo presuppone, altrimenti starebbe a casa sua).
Cullati da questi pensieri, gli scalini si sono già portati avanti, invisibili mani ci hanno avviluppato le caviglie e dolcemente le guidano, una dopo l'altra, verso il basso, ogni volta un gradino in meno. Incuranti della discesa, ci abbandoniamo al rimestio delle specie, delle coincidenze, dell'intonaco circostante, delle voci dietro gli usci e i profumi di ragù della domenica, qualche musica lontana, sicché la porta, il fine, della cui esistenza ci eravamo dimenticati (le scale si scendono ma non all'infinito, ndr)è sempre più vicino che ora è questo, e non altro a spaventarci.
- In fondo un paio di gradini in più fanno bene al cuore...
Si rallenta quindi la discesa a partire dal terzultimo gradino, alcuni almanaccano scuse (è mai possibile, ho portato le chiavi con me?) ma riescono a guadagnare la porta, maledicendosi, altri escono di corsa, con la loro faccia sconfitta, i più fortunati si fermano a metà senza sapere dove proseguire. Nell'attesa accennano un passo di danza e il rumore dei tacchi sul granito o sul marmo è uguale a quello confessato da Ivonne Guitry al protagonista di un libro il cui autore, a sua volta, pensava contrariamente a chi scrive che ci doveva pur essere una qualche prassi nel salirle, le maledette scale.
Siamo già al sommo grado della catena evolutiva, quale altro paradiso possiamo cercare se non quello in cui siamo? Il gioco è a somma zero, ed è questo il corollario alla dissertazione che non seguirà. Perché da noi, ripeto, le scale si scendono.
Si comincia col domandarsi di che colore sarà la carta che estrarremo dal ventaglio possibile del cervello, già che tra noi e le scale ci sono determinati gradi di separazione, soprattutto se si opta per l'eretica soluzione della discesa: occorre valutare le vertigini, il senso del vuoto, della sconfitta irrimediabile, degli Inferi, la finta resistenza delle viscere, avide di ambigui finali, le paure ancestrali da chierichetti, le notti con la mano pronta sull'interruttore, e poi, per una serie infinita, valutare minuziosamente la suola delle proprie scarpe, la dimensione dello scalino, la fattura del pavimento (sul pavimento?), l'orario dei vicini, il grado di pulizia, il numero dei granelli di polvere per il tempo impiegato ad attraversare la distanza media tra noi e l'uscita (sempre che ve ne sia. ma chi scende le scale, questo lo presuppone, altrimenti starebbe a casa sua).
Cullati da questi pensieri, gli scalini si sono già portati avanti, invisibili mani ci hanno avviluppato le caviglie e dolcemente le guidano, una dopo l'altra, verso il basso, ogni volta un gradino in meno. Incuranti della discesa, ci abbandoniamo al rimestio delle specie, delle coincidenze, dell'intonaco circostante, delle voci dietro gli usci e i profumi di ragù della domenica, qualche musica lontana, sicché la porta, il fine, della cui esistenza ci eravamo dimenticati (le scale si scendono ma non all'infinito, ndr)è sempre più vicino che ora è questo, e non altro a spaventarci.
- In fondo un paio di gradini in più fanno bene al cuore...
Si rallenta quindi la discesa a partire dal terzultimo gradino, alcuni almanaccano scuse (è mai possibile, ho portato le chiavi con me?) ma riescono a guadagnare la porta, maledicendosi, altri escono di corsa, con la loro faccia sconfitta, i più fortunati si fermano a metà senza sapere dove proseguire. Nell'attesa accennano un passo di danza e il rumore dei tacchi sul granito o sul marmo è uguale a quello confessato da Ivonne Guitry al protagonista di un libro il cui autore, a sua volta, pensava contrariamente a chi scrive che ci doveva pur essere una qualche prassi nel salirle, le maledette scale.
mercoledì 16 febbraio 2011
gioia di vivere
è ciò che manca.
nelle frasi disfatte,
che non suonano a castigliano
né ad argentino
e la sveglia è puntata alle sette,
puntuale come un colpo di pistola.
Per renderti conto che rimproveri negli altri
la tua più grande pecca,
di accettare le cose come un automa,
mentre gli altri macinano le loro vite,
e le spremono, e le vivono,
molto più di come pensi di vivere la tua.
Nel sogno, nell'irrazionale ricerca del contrario
- bisogna contraddistinguersi in ogni caso,
nel bene o nel male-
senza l'angoscia di nessun primato
o per puro ciondolare.
E' l'abitudine o il tempo,
a renderti il can che abbaiaia e non morde,
a stimolarti l'ansia
di assomigliare a qualsiasi altro
pur di addormentarti in tempo
e col sonno leggero
- le ore, si sa, sono poche e malate,
come questo discorso-
oppure è forse il volere
-più di ogni altra cosa-
il voler disconoscere
ogni volta chi si è, cosa si è fatto,
con chi e perché.
Forse una poltrona,
e un etichetta, potrebbero risolvere
l'endemica questione.
Eppure accetti, e non accetti,
e nell'incertidumbre, che degli altri è la pena,
tu trovi finalmente pace,
e il punto interrogativo è coperta e padre,
ad addormentarti l'anima,
stanca della pena e della noncuranza.
* * *
Abbracciami padre,
perché nello scontro,
troverò finalmente conforto.
nelle frasi disfatte,
che non suonano a castigliano
né ad argentino
e la sveglia è puntata alle sette,
puntuale come un colpo di pistola.
Per renderti conto che rimproveri negli altri
la tua più grande pecca,
di accettare le cose come un automa,
mentre gli altri macinano le loro vite,
e le spremono, e le vivono,
molto più di come pensi di vivere la tua.
Nel sogno, nell'irrazionale ricerca del contrario
- bisogna contraddistinguersi in ogni caso,
nel bene o nel male-
senza l'angoscia di nessun primato
o per puro ciondolare.
E' l'abitudine o il tempo,
a renderti il can che abbaiaia e non morde,
a stimolarti l'ansia
di assomigliare a qualsiasi altro
pur di addormentarti in tempo
e col sonno leggero
- le ore, si sa, sono poche e malate,
come questo discorso-
oppure è forse il volere
-più di ogni altra cosa-
il voler disconoscere
ogni volta chi si è, cosa si è fatto,
con chi e perché.
Forse una poltrona,
e un etichetta, potrebbero risolvere
l'endemica questione.
Eppure accetti, e non accetti,
e nell'incertidumbre, che degli altri è la pena,
tu trovi finalmente pace,
e il punto interrogativo è coperta e padre,
ad addormentarti l'anima,
stanca della pena e della noncuranza.
* * *
Abbracciami padre,
perché nello scontro,
troverò finalmente conforto.
domenica 2 gennaio 2011
FILASTROCCA DELLA NOTTE DI NATALE
Todo este amor,
Que presumis esparcer
por la gente del mundo,
donde se termina y donde empieza?
La respuesta yace
en los fragmentos de tu ser,
Como migas de un mantel
sacudido por limpieza.
Que presumis esparcer
por la gente del mundo,
donde se termina y donde empieza?
La respuesta yace
en los fragmentos de tu ser,
Como migas de un mantel
sacudido por limpieza.
mercoledì 8 settembre 2010
lunedì 30 agosto 2010
Risvegli
Ci dev'essere qualcosa,
nel modo in cui le persone dormono,
come la chiave di volta per entrare nei loro mondi,
il decifratorio dei codici di ogni letto e anima,
la tripartizione mescolata da Freud,
e ogni altro vicolo cieco che la vita ci preclude.
Mi piacerebbe penetrare in quei sonni,
in quei silenzi sfilacciati o umidi,
in quel rantolare sommesso,
e strappare in tempo un frasario breve,
quindici o venti formule, non di più,
da utilizzare all'uopo o a caso,
assicurandomi di non sbagliare.
Se potessimo leggere di ciascuno
i vasti geroglifici dell'inconscio,
per farci un'idea senza domande,
senza fare male lasciando impronte,
come sarebbe il nostro risveglio?
Più conscio, meno sicuro?
Sicuro di noi stessi, meno degli altri, o viceversa?
Sarebbe un caffè tra le lenzuola differente,
orfano di occhi socchiusi a carpire cose che non vogliamo,
o che in fondo cerchiamo per poterci dire che non c'era bisogno.
Sarebbe l'agghiacciante lucidità di sapere
che non siamo stati sognati, o forse sì,
o che sogni simili evolvevano in maniera complementare,
mentre la nostra tentazione alla vita interiore scompare
lasciando dietro di sè un mucchio di specchi rotti,
e un ciarpame in cui è meglio per noi non rovistare.
nel modo in cui le persone dormono,
come la chiave di volta per entrare nei loro mondi,
il decifratorio dei codici di ogni letto e anima,
la tripartizione mescolata da Freud,
e ogni altro vicolo cieco che la vita ci preclude.
Mi piacerebbe penetrare in quei sonni,
in quei silenzi sfilacciati o umidi,
in quel rantolare sommesso,
e strappare in tempo un frasario breve,
quindici o venti formule, non di più,
da utilizzare all'uopo o a caso,
assicurandomi di non sbagliare.
Se potessimo leggere di ciascuno
i vasti geroglifici dell'inconscio,
per farci un'idea senza domande,
senza fare male lasciando impronte,
come sarebbe il nostro risveglio?
Più conscio, meno sicuro?
Sicuro di noi stessi, meno degli altri, o viceversa?
Sarebbe un caffè tra le lenzuola differente,
orfano di occhi socchiusi a carpire cose che non vogliamo,
o che in fondo cerchiamo per poterci dire che non c'era bisogno.
Sarebbe l'agghiacciante lucidità di sapere
che non siamo stati sognati, o forse sì,
o che sogni simili evolvevano in maniera complementare,
mentre la nostra tentazione alla vita interiore scompare
lasciando dietro di sè un mucchio di specchi rotti,
e un ciarpame in cui è meglio per noi non rovistare.
giovedì 15 luglio 2010
Siempre me quedarà
la voz suave del mar, volver a respirar la lluvia que caerà sobre este cuerpo y mojara la flor que crece en mi...
sono di nuovo al punto di partenza, forse di arrivo, ma continuo ancora ad avere problemi di segnaletica, non già di direzione.
La direzione purtroppo la conosce anche il cuscino, nonostante cerchiamo di rimetterla poco a poco a posto...(del resto, a che giova?)
C'è ancora molto da capire...c'è ancora tanto da pensare...
E il non riuscire a fidarsi mai, e pensare che pensare a sè stessi sia impossibile.
Forse ha ragione Simone Weil: trattare gli uomini come uno spettacolo fantastico, ecc...
E poi più avanti: Impara a vivere la tua solitudine.
E ancora: le persone che amiamo esistono (o devono esistere) per noi come opere d'arte. Non devono aggiungere né togliere alla nostra vita. Loro hanno il privilegio di ricordarci che ci sono, e basta così.
Eppure, oppure, seppure..qualcuno c'è stato e ci sarà, o forse c'è, ma è un discorso altro, non c'è presente e noi viviamo di proiezioni meta e intertemporali questa è la realtà.
Ci svegliamo la mattina sorridendo perché le vacanze sono vicine, eppure se guardiamo a ieri ci rendiamo conto che la fuffa non cambia, solo l'odore delle frattaglie in busta chiusa che chiunque cerca di infilarci nel cervello, e che, ugualmente insensate, non portano a nulla.
Ricordo Banana Yoshimoto, un suo libro in cui parlava dei pensieri che si fanno durante le notti, e che formano una fitta nebbia che ci sovrasta, e che fanno giungere a conclusioni molteplici e inconsistenti quanto la schiuma.
E poi si dipinge un sorriso anche sulla bocca delle persone più vicine..e poi la gente vuole realtà...e poi tu sei poetica romantica...e poi, e poi in fin dei conti ti sei rotto il cazzo di tutti, è questa la verità.
Vorrei prendere le loro storie pulite, le loro vite vuotamente felici, felici di un cazzo, e bruciarli, bruciarli insieme ai sentimenti sociopatici delle ventitre e cinquantadue, affinché non tornino più, né loro né gli altri, e poi sparire, come soffione al vento, come zanzara di giorno.
Disperdermi e volare. I sentimenti semplici sono i più stupidi ma sono i più veri, ma invece, (ancora Simone, la sua voce dentro le orecchie come un trillo di campane) noi viviamo nella complessità del complesso. Il problema del nostro tempo, la stupidità che si mette a pensare, la ballata delle iniquità che diventano serie, delle serietà che finiscono nel bidone del riciclo, e tutti a sistemarsi il colletto e la cravatta, il capello davanti agli occhi, il gel sulla tempia o sulle cosce, perchè tutti sono qualcuno, tutti devono rifuggire dal sentirsi persi, e così via durante la giornata, e poi dire che si è stanchi, dirsi che si lavora, che si ha un'esperienza, che bisogna staccare, che senso ha...che senso ha...
Svegliarti e mantenere oltre la tua la pantomima degli altri, della donna che chiede pietà sulle scale con sguardo fiero e provando essa stessa pietà per tutti gli altri sguardi fieri sigillati nelle loro giacche di prada o del cestino delle occasioni... non cambia nulla... non cambierà mai.
Poi in un momento c'è Madrid, un profumo particolare, un accento che ricorda un nonsochè, o forse era Alicante, e poi improvvisamente i tuoi occhi, e una bocca all'ingiù ma solo per abitudine.
Dicono che crescere raffreddi, ma vi mando in culo io per prima, meditava dentro di sè la Tana in tempi che un'altra milonga canterà.
sono di nuovo al punto di partenza, forse di arrivo, ma continuo ancora ad avere problemi di segnaletica, non già di direzione.
La direzione purtroppo la conosce anche il cuscino, nonostante cerchiamo di rimetterla poco a poco a posto...(del resto, a che giova?)
C'è ancora molto da capire...c'è ancora tanto da pensare...
E il non riuscire a fidarsi mai, e pensare che pensare a sè stessi sia impossibile.
Forse ha ragione Simone Weil: trattare gli uomini come uno spettacolo fantastico, ecc...
E poi più avanti: Impara a vivere la tua solitudine.
E ancora: le persone che amiamo esistono (o devono esistere) per noi come opere d'arte. Non devono aggiungere né togliere alla nostra vita. Loro hanno il privilegio di ricordarci che ci sono, e basta così.
Eppure, oppure, seppure..qualcuno c'è stato e ci sarà, o forse c'è, ma è un discorso altro, non c'è presente e noi viviamo di proiezioni meta e intertemporali questa è la realtà.
Ci svegliamo la mattina sorridendo perché le vacanze sono vicine, eppure se guardiamo a ieri ci rendiamo conto che la fuffa non cambia, solo l'odore delle frattaglie in busta chiusa che chiunque cerca di infilarci nel cervello, e che, ugualmente insensate, non portano a nulla.
Ricordo Banana Yoshimoto, un suo libro in cui parlava dei pensieri che si fanno durante le notti, e che formano una fitta nebbia che ci sovrasta, e che fanno giungere a conclusioni molteplici e inconsistenti quanto la schiuma.
E poi si dipinge un sorriso anche sulla bocca delle persone più vicine..e poi la gente vuole realtà...e poi tu sei poetica romantica...e poi, e poi in fin dei conti ti sei rotto il cazzo di tutti, è questa la verità.
Vorrei prendere le loro storie pulite, le loro vite vuotamente felici, felici di un cazzo, e bruciarli, bruciarli insieme ai sentimenti sociopatici delle ventitre e cinquantadue, affinché non tornino più, né loro né gli altri, e poi sparire, come soffione al vento, come zanzara di giorno.
Disperdermi e volare. I sentimenti semplici sono i più stupidi ma sono i più veri, ma invece, (ancora Simone, la sua voce dentro le orecchie come un trillo di campane) noi viviamo nella complessità del complesso. Il problema del nostro tempo, la stupidità che si mette a pensare, la ballata delle iniquità che diventano serie, delle serietà che finiscono nel bidone del riciclo, e tutti a sistemarsi il colletto e la cravatta, il capello davanti agli occhi, il gel sulla tempia o sulle cosce, perchè tutti sono qualcuno, tutti devono rifuggire dal sentirsi persi, e così via durante la giornata, e poi dire che si è stanchi, dirsi che si lavora, che si ha un'esperienza, che bisogna staccare, che senso ha...che senso ha...
Svegliarti e mantenere oltre la tua la pantomima degli altri, della donna che chiede pietà sulle scale con sguardo fiero e provando essa stessa pietà per tutti gli altri sguardi fieri sigillati nelle loro giacche di prada o del cestino delle occasioni... non cambia nulla... non cambierà mai.
Poi in un momento c'è Madrid, un profumo particolare, un accento che ricorda un nonsochè, o forse era Alicante, e poi improvvisamente i tuoi occhi, e una bocca all'ingiù ma solo per abitudine.
Dicono che crescere raffreddi, ma vi mando in culo io per prima, meditava dentro di sè la Tana in tempi che un'altra milonga canterà.
martedì 4 maggio 2010
ieri
ti stavo disegnando sentieri
con due dita.
ieri mi chiedevi di abbracciarti e la risposta
più sentita era obbedire
senza pensare e senza presumire
di null'altro. Di null'altra
saràn gli attimi che il cuore
pensa gli sian rubati.
Di null'altra gli orgasmi,
i sospiri, i gemiti e i fiati.
La mente obbedisce senza alcun ritegno
alla letteratura ed allo sdegno.
Ci perdoni l'immaginario lettore
l'uscita scaltra, però di scelta non
c'è altra, e nella negazione naufraghiamo
"e naufragar c'è dolce in questo mare".
A volte il nonsense può più del silenzio.
con due dita.
ieri mi chiedevi di abbracciarti e la risposta
più sentita era obbedire
senza pensare e senza presumire
di null'altro. Di null'altra
saràn gli attimi che il cuore
pensa gli sian rubati.
Di null'altra gli orgasmi,
i sospiri, i gemiti e i fiati.
La mente obbedisce senza alcun ritegno
alla letteratura ed allo sdegno.
Ci perdoni l'immaginario lettore
l'uscita scaltra, però di scelta non
c'è altra, e nella negazione naufraghiamo
"e naufragar c'è dolce in questo mare".
A volte il nonsense può più del silenzio.
Pirandelliana.
Crediamo d'intenderci. Non ci intendiamo mai.
Questo concetto mi rimbalza nella testa e nel cuore, ogni qual volta provo a fare luce su ciò che veramente vedo e non su ciò che sento.
Sentire distorce le informazioni, le adatta alle nostre iniquità, all'esser brevi che siamo: dobbiamo costruire uno schema mentale secondo cui sentiamo davvero la realtà scorrere all'interno degli argini precostruiti, nessun'inondazione improvvisa, nessuna parola in più o in meno, il giusto mezzo a cui aneliamo quotidianamente per poi sorridere e dirci dentro il letto che in fondo, siamo dei privilegiati.
Ho sempre odiato il mare piatto e calmo, ma appena inizi a vedere, vedere non guardare, la distonia può essere fatale.
Un corpo piccolo non ce la fa a star dietro ai rigurgiti dell'anima, al cuore che dentro il petto sembra scoppiare eppure se ti guardi dall'esterno ti senti terribilmente ricco e fortunato, ma certo, ragionando con la linea continua del sistema viario generalmente condiviso dai più, tu sei in perenne sorpasso e a rischio infrazione.
Ogni volta, meno 10 punti, ogni volta, rifare il benedetto esame per poter tornare a condurti come dovresti nella segnaletica d'affetti gesti e sguardi che le civiltà hanno costruito col tempo, non è permesso provare di più, rattristarsi per un film comico perchè non fa altro che farti vedere la pochezza di cui siamo fatti, e tu non vuoi accettarla no!, tu vuoi l'Amore, la Vita, l'Emozione, il Dolore, la Rabbia, ma non c'è più posto a questo mondo per le emozioni perfette, solo Platone le poté teorizzare e guarda com'è finito, a riempire pagine di libri senza capo nè coda, quello che la gente chiama Filosofia e in realtà è la vita vera.
Non c'è tempo di porsi domande, né tantomeno di porle agli altri, pena far crollare gli argini, sorpassare a destra, causare sicuramente un tamponamento a catena, a volte un incidente mortale tra le emozioni tue e quelle degli altri, e non c'è assicurazione che tenga nei rapporti con le persone, rouge o noir et rein ne va plus.
Sicchè ognuno si crogiola nella sua bella sfera isolata, cercando di non andare più in là del proprio palmo di naso, nessuno vuole sfondare il guard rail e vedere cosa succede dopo, se c'è per caso un'altra vita, oltre la linea di confine dei nostri pensieri, se potessimo non avere la paura di vedere più in là, se qualcuno, una mano, un compagno, fosse disposto a volerla, quella spinta, se fosse disposto a rischiare, ad ammaccare il parafango, a perdere qualcosa, pur di guadagnare dell'altro.
E invece le domande sollevano nella testa degli altri questioni insolute, e tu sei la solita pirata della strada, dalla quale è sempre meglio tenere la distanza di sicurezza, non si sa mai che trascini nella tragedia anche te e i tuoi bei interni in pelle e la marmitta nuova di zecca coi cavalli e tutto il resto.
Questo concetto mi rimbalza nella testa e nel cuore, ogni qual volta provo a fare luce su ciò che veramente vedo e non su ciò che sento.
Sentire distorce le informazioni, le adatta alle nostre iniquità, all'esser brevi che siamo: dobbiamo costruire uno schema mentale secondo cui sentiamo davvero la realtà scorrere all'interno degli argini precostruiti, nessun'inondazione improvvisa, nessuna parola in più o in meno, il giusto mezzo a cui aneliamo quotidianamente per poi sorridere e dirci dentro il letto che in fondo, siamo dei privilegiati.
Ho sempre odiato il mare piatto e calmo, ma appena inizi a vedere, vedere non guardare, la distonia può essere fatale.
Un corpo piccolo non ce la fa a star dietro ai rigurgiti dell'anima, al cuore che dentro il petto sembra scoppiare eppure se ti guardi dall'esterno ti senti terribilmente ricco e fortunato, ma certo, ragionando con la linea continua del sistema viario generalmente condiviso dai più, tu sei in perenne sorpasso e a rischio infrazione.
Ogni volta, meno 10 punti, ogni volta, rifare il benedetto esame per poter tornare a condurti come dovresti nella segnaletica d'affetti gesti e sguardi che le civiltà hanno costruito col tempo, non è permesso provare di più, rattristarsi per un film comico perchè non fa altro che farti vedere la pochezza di cui siamo fatti, e tu non vuoi accettarla no!, tu vuoi l'Amore, la Vita, l'Emozione, il Dolore, la Rabbia, ma non c'è più posto a questo mondo per le emozioni perfette, solo Platone le poté teorizzare e guarda com'è finito, a riempire pagine di libri senza capo nè coda, quello che la gente chiama Filosofia e in realtà è la vita vera.
Non c'è tempo di porsi domande, né tantomeno di porle agli altri, pena far crollare gli argini, sorpassare a destra, causare sicuramente un tamponamento a catena, a volte un incidente mortale tra le emozioni tue e quelle degli altri, e non c'è assicurazione che tenga nei rapporti con le persone, rouge o noir et rein ne va plus.
Sicchè ognuno si crogiola nella sua bella sfera isolata, cercando di non andare più in là del proprio palmo di naso, nessuno vuole sfondare il guard rail e vedere cosa succede dopo, se c'è per caso un'altra vita, oltre la linea di confine dei nostri pensieri, se potessimo non avere la paura di vedere più in là, se qualcuno, una mano, un compagno, fosse disposto a volerla, quella spinta, se fosse disposto a rischiare, ad ammaccare il parafango, a perdere qualcosa, pur di guadagnare dell'altro.
E invece le domande sollevano nella testa degli altri questioni insolute, e tu sei la solita pirata della strada, dalla quale è sempre meglio tenere la distanza di sicurezza, non si sa mai che trascini nella tragedia anche te e i tuoi bei interni in pelle e la marmitta nuova di zecca coi cavalli e tutto il resto.
venerdì 5 marzo 2010
Certezze del non.
La certezza è che la risposta è stata trovata, solo che come diceva l'autore di una trasmissione obsoleta, purtroppo è sbagliata.
Detto da Julio Cortazar, la sensazione di non riuscire mai ad essere l'alpha e l'omega, oppure il tremendo supplizio o il folle rischio da correre per raggiungerla.
E nel mentre, siamo epsilon, siamo kappa, amiamo i nostri pi, rho, facciamo la spesa da sigma, quest'ultima soltanto per dirci che riusciamo a strapparci un sorriso volontario e amarci un po' per questo, andiamo a bere mojiti, scopiamo, facciamo telefonate, scriviamo, ascoltiamo, rimproveriamo e consoliamo una gamma di psi, mi, ni, omicron, appendiamo al collo il tau, se servisse a qualcosa per un Occidentale sentirsi parte di un'altra accettazione del mondo mentre il tau si mischia al collo di pelliccia e all'orecchino Miluna volutamente asimmetrico rispetto all'acconciatura, e ancora, le fi, le beta, come le versioni di mondi virtuali che percorriamo ma che sono quasi già visti e sentiti più della relatà per definizione, lo schema sociale appartiene alla testa e non ci si mette un niente a ricrearlo dall'analogico al digitale, e nel frattempo è il weekend e bisogna avere l'ansia di trovare qualcosa da fare, divertirsi e sorridere, o piangere, sempre con chi, fi, lambda, delta, cercando forse dentro il bicchiere la promessa dell'inizio, o quanto meno una fine degna della complessità dei pensieri del cane o del pesce originale, che non riesce a essere nessuna lettera dell'alfabeto né tantomeno la prima o l'ultima.
Detto da Julio Cortazar, la sensazione di non riuscire mai ad essere l'alpha e l'omega, oppure il tremendo supplizio o il folle rischio da correre per raggiungerla.
E nel mentre, siamo epsilon, siamo kappa, amiamo i nostri pi, rho, facciamo la spesa da sigma, quest'ultima soltanto per dirci che riusciamo a strapparci un sorriso volontario e amarci un po' per questo, andiamo a bere mojiti, scopiamo, facciamo telefonate, scriviamo, ascoltiamo, rimproveriamo e consoliamo una gamma di psi, mi, ni, omicron, appendiamo al collo il tau, se servisse a qualcosa per un Occidentale sentirsi parte di un'altra accettazione del mondo mentre il tau si mischia al collo di pelliccia e all'orecchino Miluna volutamente asimmetrico rispetto all'acconciatura, e ancora, le fi, le beta, come le versioni di mondi virtuali che percorriamo ma che sono quasi già visti e sentiti più della relatà per definizione, lo schema sociale appartiene alla testa e non ci si mette un niente a ricrearlo dall'analogico al digitale, e nel frattempo è il weekend e bisogna avere l'ansia di trovare qualcosa da fare, divertirsi e sorridere, o piangere, sempre con chi, fi, lambda, delta, cercando forse dentro il bicchiere la promessa dell'inizio, o quanto meno una fine degna della complessità dei pensieri del cane o del pesce originale, che non riesce a essere nessuna lettera dell'alfabeto né tantomeno la prima o l'ultima.
martedì 23 febbraio 2010
SONO NEL BAGNO
e a un certo punto sotto i miei piedi si apre un mondo, proprio all'altezza del tappo di gomma nera che sigilla l'ambiente e la temperatura, che non è la temperatura ambiente.
I fumi delle spume odorose confondono, insieme al verde, e improvvisamente metto a fuoco e la finestra è diventata una porta, e il soffitto un pavimento immenso pieno di spechi.
Posso osservare albe come fossero tramonti, ma tramonti strani, dove le montagne sono nero che insegue il giallo, come vernice rovesciata le vedo colare tremole lungo la parete cielo in carta lucida.
E poi, maniglie che si sollevano come promesse o sorrisi.
A un certo punto quella nebbia però scompare.
E siamo di nuovo io e me, in mezzo all'acqua ormai torbida.
I fumi delle spume odorose confondono, insieme al verde, e improvvisamente metto a fuoco e la finestra è diventata una porta, e il soffitto un pavimento immenso pieno di spechi.
Posso osservare albe come fossero tramonti, ma tramonti strani, dove le montagne sono nero che insegue il giallo, come vernice rovesciata le vedo colare tremole lungo la parete cielo in carta lucida.
E poi, maniglie che si sollevano come promesse o sorrisi.
A un certo punto quella nebbia però scompare.
E siamo di nuovo io e me, in mezzo all'acqua ormai torbida.
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