martedì 4 maggio 2010

ieri

ti stavo disegnando sentieri
con due dita.
ieri mi chiedevi di abbracciarti e la risposta
più sentita era obbedire
senza pensare e senza presumire
di null'altro. Di null'altra
saràn gli attimi che il cuore
pensa gli sian rubati.
Di null'altra gli orgasmi,
i sospiri, i gemiti e i fiati.
La mente obbedisce senza alcun ritegno
alla letteratura ed allo sdegno.
Ci perdoni l'immaginario lettore
l'uscita scaltra, però di scelta non
c'è altra, e nella negazione naufraghiamo
"e naufragar c'è dolce in questo mare".


A volte il nonsense può più del silenzio.

Pirandelliana.

Crediamo d'intenderci. Non ci intendiamo mai.

Questo concetto mi rimbalza nella testa e nel cuore, ogni qual volta provo a fare luce su ciò che veramente vedo e non su ciò che sento.

Sentire distorce le informazioni, le adatta alle nostre iniquità, all'esser brevi che siamo: dobbiamo costruire uno schema mentale secondo cui sentiamo davvero la realtà scorrere all'interno degli argini precostruiti, nessun'inondazione improvvisa, nessuna parola in più o in meno, il giusto mezzo a cui aneliamo quotidianamente per poi sorridere e dirci dentro il letto che in fondo, siamo dei privilegiati.

Ho sempre odiato il mare piatto e calmo, ma appena inizi a vedere, vedere non guardare, la distonia può essere fatale.
Un corpo piccolo non ce la fa a star dietro ai rigurgiti dell'anima, al cuore che dentro il petto sembra scoppiare eppure se ti guardi dall'esterno ti senti terribilmente ricco e fortunato, ma certo, ragionando con la linea continua del sistema viario generalmente condiviso dai più, tu sei in perenne sorpasso e a rischio infrazione.

Ogni volta, meno 10 punti, ogni volta, rifare il benedetto esame per poter tornare a condurti come dovresti nella segnaletica d'affetti gesti e sguardi che le civiltà hanno costruito col tempo, non è permesso provare di più, rattristarsi per un film comico perchè non fa altro che farti vedere la pochezza di cui siamo fatti, e tu non vuoi accettarla no!, tu vuoi l'Amore, la Vita, l'Emozione, il Dolore, la Rabbia, ma non c'è più posto a questo mondo per le emozioni perfette, solo Platone le poté teorizzare e guarda com'è finito, a riempire pagine di libri senza capo nè coda, quello che la gente chiama Filosofia e in realtà è la vita vera.
Non c'è tempo di porsi domande, né tantomeno di porle agli altri, pena far crollare gli argini, sorpassare a destra, causare sicuramente un tamponamento a catena, a volte un incidente mortale tra le emozioni tue e quelle degli altri, e non c'è assicurazione che tenga nei rapporti con le persone, rouge o noir et rein ne va plus.

Sicchè ognuno si crogiola nella sua bella sfera isolata, cercando di non andare più in là del proprio palmo di naso, nessuno vuole sfondare il guard rail e vedere cosa succede dopo, se c'è per caso un'altra vita, oltre la linea di confine dei nostri pensieri, se potessimo non avere la paura di vedere più in là, se qualcuno, una mano, un compagno, fosse disposto a volerla, quella spinta, se fosse disposto a rischiare, ad ammaccare il parafango, a perdere qualcosa, pur di guadagnare dell'altro.

E invece le domande sollevano nella testa degli altri questioni insolute, e tu sei la solita pirata della strada, dalla quale è sempre meglio tenere la distanza di sicurezza, non si sa mai che trascini nella tragedia anche te e i tuoi bei interni in pelle e la marmitta nuova di zecca coi cavalli e tutto il resto.

venerdì 5 marzo 2010

Certezze del non.

La certezza è che la risposta è stata trovata, solo che come diceva l'autore di una trasmissione obsoleta, purtroppo è sbagliata.

Detto da Julio Cortazar, la sensazione di non riuscire mai ad essere l'alpha e l'omega, oppure il tremendo supplizio o il folle rischio da correre per raggiungerla.

E nel mentre, siamo epsilon, siamo kappa, amiamo i nostri pi, rho, facciamo la spesa da sigma, quest'ultima soltanto per dirci che riusciamo a strapparci un sorriso volontario e amarci un po' per questo, andiamo a bere mojiti, scopiamo, facciamo telefonate, scriviamo, ascoltiamo, rimproveriamo e consoliamo una gamma di psi, mi, ni, omicron, appendiamo al collo il tau, se servisse a qualcosa per un Occidentale sentirsi parte di un'altra accettazione del mondo mentre il tau si mischia al collo di pelliccia e all'orecchino Miluna volutamente asimmetrico rispetto all'acconciatura, e ancora, le fi, le beta, come le versioni di mondi virtuali che percorriamo ma che sono quasi già visti e sentiti più della relatà per definizione, lo schema sociale appartiene alla testa e non ci si mette un niente a ricrearlo dall'analogico al digitale, e nel frattempo è il weekend e bisogna avere l'ansia di trovare qualcosa da fare, divertirsi e sorridere, o piangere, sempre con chi, fi, lambda, delta, cercando forse dentro il bicchiere la promessa dell'inizio, o quanto meno una fine degna della complessità dei pensieri del cane o del pesce originale, che non riesce a essere nessuna lettera dell'alfabeto né tantomeno la prima o l'ultima.

martedì 23 febbraio 2010

SONO NEL BAGNO

e a un certo punto sotto i miei piedi si apre un mondo, proprio all'altezza del tappo di gomma nera che sigilla l'ambiente e la temperatura, che non è la temperatura ambiente.
I fumi delle spume odorose confondono, insieme al verde, e improvvisamente metto a fuoco e la finestra è diventata una porta, e il soffitto un pavimento immenso pieno di spechi.
Posso osservare albe come fossero tramonti, ma tramonti strani, dove le montagne sono nero che insegue il giallo, come vernice rovesciata le vedo colare tremole lungo la parete cielo in carta lucida.
E poi, maniglie che si sollevano come promesse o sorrisi.
A un certo punto quella nebbia però scompare.
E siamo di nuovo io e me, in mezzo all'acqua ormai torbida.

venerdì 5 febbraio 2010

ogni volta che nevicava

la tanita ascoltava nenie malinconiche e piangeva per gioco senza sapere mai bene perchè.
era come se il dolore la abitasse continuamente,
una maledizione alla quale non era possibile sfuggire, per certi strani moti del caso,
e la terapia consisteva nel riempire a tempo record centinaia di fogli di carta da lettere che mai nessuno avrebbe letto.
ma lei pareva accontentarsi in quei momenti di leggere sè stessa attraverso le parole che nel frattempo avanzavano incerte sul supporto ormai unto, a fotografarle una realtà che continuava a negare come se depositando le sensazioni sulla penna quel ciarpame appartenesse a un'altra sfortunata.

mercoledì 3 febbraio 2010

Qualcuno lontano piange.

E' notte e stranamente un bambino piccolissimo ha iniziato a piangere oltre il muro della cucina, come se fosse la proiezione di un male interno, a cui non diamo nome perchè anche se nessuno ci creda non ne abbiamo la più pallida, e via dicendo.

Sento il suo pianto e allora devo aprire la finestra, è il personaggio che fa tutto, gli viene fatto notare nel frattempo che ha indossato anche la felpa dal lato sbagliato, come al solito giustificandosi con il non convenzionale e tutte le altre robe che poi critica negli altri quando in questi sono ragionate nel dettaglio, strategie da guardaroba o da rotocalco, ma a chi lo vai a spiegare se non all'esposizione di grucce dai nomi come le vite dei dodici cesari, braccia plastiche che si allungano avide a sorreggere pezze del mercato delle pulci o cimeli dei cestini dei saldi dei saldi, guadagnati tra bionde cellulitiche e mamme identiche.

Il personaggio apre la finestra, ascolta quel pianto e vorrebbe essere di colpo quel suono stridulo, per andare a dormire tranquillo, come il gigante buono del miglio, avendo tolto la pena al più debole, che è l'unica cosa che distoglierebbe dal pensare al suo di male, maledetta o maledetto, questo male che inventandoselo giorno per giorno ha finito col rendere vero, e ora lo guarda e gli solletica lo stomaco e le sacche lacrimali muovendo le emozioni a capriccio, corde dell'anima che pillole e rimedi d'erboristeria hanno già ampiamente contribuito a confondere.

e poi il ricorso ai proverbi delle canzoni, per andare a dormire.
cause a heart that hurt is a heart that works,
no one can take it away from me....
no one can tear it apart...

martedì 2 febbraio 2010

POSOLOGIA DEL DOLORE: dose, modo e tempo di somministrazione.

- Fate scivolare lentamente sotto la lingua una dopo l'altra le gocce amare che inevitabilmente la salivazione inizierà a produrre aiutandosi con la bile, che nel frattempo deve essere mantenuta sotto controllo con respiri e massaggi locali, affinchè non evada dalla sua sacca contaminando coledoco e fegato.
- Se siete al lavoro, assicuratevi di abbassare la testa dietro lo schermo della macchina infernale, creatrice di questi disguidi, facendo attenzione a che le lacrime acide non bagnino la tastiera che altrimenti dovrete pulire alla meglio con il bavero della giacca, mimando una certosina operazione di pulizia da ciuffi di polvere, capelli o punte di matita che si sono casualmente proprio nello stesso istante incastrate sulla tastiera.
- Piangete piano, ingoiando i singhiozzi e cercando di incanalarli dentro lo stomaco, senza emettere rumori. (potete esercitare questa pratica a casa, mandando giù per la trachea un uovo sodo tagliato per il lato lungo in due metà coincidenti).
- Se il pianto diventa troppo copioso o non avete a disposizione abbastanza pixel o pollici a difendervi, adottate la tecnica della congiuntivite, o del raffreddore, o delle influenze che seguono le lettere dell'alfabeto. Coloro per i quali il vecchio trucco della lente a contatto o della ciglia nell'occhio risulti non obsoleto, possono continuare sulla falsariga della vecchia scuola comportandosi come da manuale.
- Assumete due volte al giorno i vostri fallimenti, le risposte sbagliate alle domande che non avreste dovuto fare, le disattente attenzioni che vi si riservano, gli interrogativi senza punto. Questo migliorerà la circolazione dell'angoscia lungo le viscere, evitando di appesantire il cuore e paralizzarlo col tempo.
- Evitate luoghi aperti, finestre, balconi, così come luoghi chiusi quali stazioni di metropolitana, camere con lampadari, armadi. Tenete lontano dalla vostra portata tubetti dai nomi fantasiosi come porte di cristallo verso altri mondi, bottoni colorati che se assunti per molto tempo diminuiranno l'effetto del prodotto, fino a farlo scomparire.
- Respirate a fondo, cercando di sentire l'effetto del prodotto sotto il petto, all'altezza dello sterno, dentro le meningi, sulle punte delle mani e dei piedi che tenderanno in alcuni soggetti ad improvvise alterazioni della temperatura (troppo fredde o troppo calde).
- Approfittate del flusso di sangue verso il cervello per ripassare mentalmente il volto delle persone che vi hanno somministrato involontariamente questo farmaco, e pianificate per i suddetti un'adeguato trattamento.
- Non dimenticatevi di pensare che il prodotto è ad uso del singolo, a volte di intere comunità ma ha effetti differenti a seconda dei soggetti interessati e della dose consigliata.


Non sono stati riscontrati effetti sulla capacità di guidare, anche se consigliamo di aspettare almeno un'ora prima di mettersi alla guida di qualsiasi mezzo di trasporto.
Gli effetti del prodotto sono invisibili per gli altri, a meno che questi ultimi non lo abbiano assunto a loro volta o riconoscano la patologia per vicinanza di sangue o d'intenti.

Interazioni:
-dipendendo dai soggetti, l'uso della musica può ridurre, amplificare o annullare completamente gli effetti di DOLORE.
- se associato a droghe, può avere effetti indesiderati. In tal caso, chiedere assistenza spiegando per quanto tempo si è assunto il prodotto e in quale dose.

Precauzioni d'uso:
- si consiglia di assumere il prodotto a stomaco vuoto.
- tenere fuori dalla portata dei bambini, degli anziani, o di affetti da patologie cardiache o insufficienza respiratoria.

- Se assunto nelle dosi consigliate, il prodotto riesce ad indurire completamente la parte blanda che risiede nel corpo rendendo l'individuo immune alla maggior parte degli eventi della vita propria e degli altri.

CONTROINDICAZIONI:
- I sintomi di sovradosaggio possono essere letali.
- Sono stati registrati sintomi schizofrenici, lieve isteria, cambiamento repentino d'umore e sporadicamente risata, quest'ultimo comportamento, le cui cause si stanno ancora analizzando, non deve assolutamente essere confuso come risultato di altri trattamenti, anche se tuttora risulta di difficile interpretazione clinica.

AVVERTENZE:
-Gli effetti del prodotto, una volta assunto, non possono essere rimossi.
-Conservare nello spazio mentale più lontano dalla coscienza, perchè si mantenga a vita o si manifesti durante il sonno senza lasciare traccia.

Se la felicità persiste, contattare il medico.

sabato 30 gennaio 2010

Confessioni d'altri

Bastano due frasi, dette con le giuste pause, in contesti e con codici diversi, per non comprendersi.
Rocamadour, buono con me, nasino di porcellana, denti come meravigliosi purosangue, eppure qualcosa nello stomaco piange, perchè vedete Rocamadour, non c'è posto per chi inventa storie, per chi vive la pelle, non c'è posto per nessuno se non per sè stessi a questo mondo, per se stessi in un mondo costruito con le nostre proprie categorie, quelle che fanno dormire bene la notte, non c'è posto, mentre voi, se vi tagliassero a pezzetti il vento li raccoglierebbe il regno dei ragni cucirebbe la pelle e la luna tesserebbe i capelli e il viso e il polline di un dio di un dio il sorriso.

Voi non potete, oh, muy senor mio, non potete sopportare e tollerare, potete ma a noi non basta, purtroppo, vedete, è questo il problema, noi ci svegliamo e dalla schizofrenia cantiamo de andrè, ci rivolgiamo al maestro di Parigi o forse di Buenos Aires, ci abbandoniamo a farneticare, ogni gesto per noi è l'identica ed esatta copia del primo (ma del primo forse non con voi, del primo gesto da un tempo imprecisato, del primo da quando le mani hanno iniziato il lungo apprendistato del ventre e delle movenze) ed è là, oh, se voi sapeste, è là che si incrociano le sensazioni che il linguaggio si sforza di far esistere e rappresentare, per regalarvi un pezzo del nostro squallido mondo fatto di parole che inseguono senza senso un'idea, forse una paura,
per prendere quella paura e infilarla piano in una frase amarognola, che puntualmente viene compresa colpita e capita, viene spogliata dall'immaginario con cui avevamo tentato di confezionarla, puntualmente, così voi ci fate crescere, ci fate comprendere che è impossibile o scomodo il ruolo del bambino o del pazzo, o del filosofo senza tempo, che chiede aiuto al maestro precedente e a quello di ancora prima.
Rocamadour, questo nome è esotico e forse ci piacerà iniziare a chiamarla così, come se fossimo la Maga, scrivendo parole nello specchio e bagnandoci il dito per non piangerci sopra, perchè non siamo in grado di comprendere la bellezza della vita che voi ogni giorno ci affermate di vedere tra le nostre mani, seta invisibile e delicatissima, che continuiamo ad annodare attorno a pensieri stanchi e ai tumori volontari generati dal dubbio e dalla gelosia di voler essere qualcun altro che ancora non sappiamo chi.
Non so perchè ci riduciamo sempre a scrivervi, a voi così come agli altri, quando è per noi che dovremmo scrivere, coccolarci con le nostre stesse armi, per iniziare ad amarci un po' di più, per iniziare a comprendere la bellezza del nostro sentimento che ci rende così sciocche, oh, se voi sapeste come preferirei giocare a far la donna in carriera o la femme fatale, ci proviamo e ci proveremmo ancora se non comprendessimo che sono figure troppo grandi e sbagliate per noi, le loro unghie verranno irrimediabilmente rosicchiate al primo accenno di debolezza dal bambino sciatto o forse dall'incurabile malato, se voi sapeste la forza del nostro volerci cambiare, a differenza di chiunque, per modellarci attorno alla vostra figura con l'ansia camaleontica della metamorfosi continua, come uno stampo di gesso, assumendo la forma dell'ideale che è nella vostra testa, senza concluderci che non c'è ideale e che figurarci intorno ai vostri pori non è la scelta che condurrà alla felicità, eppure, Rocamadour, la colpa non è vostra, voi ci amate e noi lo sappiamo, ma sappiamo che ancora una volta, se anche voi sapeste- oh, perchè devo dirlo a voi, perché, -se voi sapeste, che dentro le ossa c'è una vita che ha preso la forma dei vostri polpastrelli, ma è dentro la nostra testa che non riusciamo ad essere vostra, per comodità o per affaticamento, voi forse riuscireste a comprendere, e ci abbandonereste in un sorriso, con i migliori auguri di non rovinare la vita a nessun altro e iniziare a cercare noi stesse. Ma questo non ve lo posso confessare, e voi non potreste arrivare a comprendere il disegno di una psicopatia ormai talmente rodata che ci appartiene tanto quanto le unghie dei piedi o delle mani.
Eppure voi, Rocamadour, musica tra le lenzuola, fili d'argento tra i capelli, Rocamadour, casa, cucina, bacio, torta.......

martedì 12 gennaio 2010

12 gennaio 2010 - non ricordo altro


Ci sono delle cose che succedono e basta, pensava N. ricordandosi della Tana.

Accade, per esempio, che nel momento di più completa e perfetta felicità, qualcosa soggiunga a rabbuiarci, creandoci non pochi problemi. Basta un colore, per sentirsi squallidi, e guardare la propria vita come la guarderebbe un'altra fortunata.

N. aspirava nervosamente la sigaretta in un silenzio fatto di sonno, l'alba sarebbe arrivata tra poche ore. Accanto a lei riposava beatamente tutta la sua felicità, abbastanza distante per poterla guardare e stimarne il valore socchiudendo le palpebre.

In quello strano flusso di coscienza che accompagna il dormiveglia, N. forse non si sentiva ancora pronta per tutta quella grazia ricevuta di colpo, che la faceva sentire un essere piccolo, piccolissimo di fronte alla meraviglia di quel mondo.

Talmente tanta meraviglia che avrebbe potuto rimanerne stupefatta, ma stupefatta come da uno stupefacente.

Ripensò alla Tana, e a cosa avrebbe dovuto fare. Forse raggiungerla attraverso i suoi riccioli scomposti, in un mondo fatto di sterco e rassegnazione in cui lei riusciva a sorridere dall'alto della sua disperazione, dalla quale aveva tirato fuori un vestito niente male da indossare giorno per giorno come uno scafandro d'alluminio, per garantire l'immonda sopravvivenza del teatro di scena, che peraltro cambiava in continuazione.

Ora N. ripensava nel sogno a quell'assurda commedia, chiedendosi se mai fosse accaduta.
Adesso era là, al sicuro dal sangue e dall'odore di piscio dei rincones, al sicuro dai pugni sul naso e
dalle fitte dentro lo stomaco.

L'aria della notte si stava cancellando e andava prendendo la forma del respiro o del fumo.
N. chiudeva gli occhi, come tutte le notti senza volerlo veramente fare, e là ripensava alla sua gioia, alla Tana che piangeva, vedeva i suoi capelli tristi sul viso smunto, le costole ossute a bucarle i jeans ormai sgualciti.

-Adesso starà aprendo la porta al mostro, accogliendone gli insulti come la solita bienvenida, il rimprovero per la tavoletta del water macchiata di sangue, le tende da mettere in lavatrice, la corrispondenza e i documenti a inondare il letto, già pieno di briciole e appiccicoso di qualcosa che doveva essere miele. Gli servirà l'ottima cena che era riuscita a rimediare in uno dei suoi pali- si, la Tana faceva il palo, la si vedeva ogni giorno alle tre davanti a quel bidone, aspettando l'ora consueta in cui il garzone avrebbe rovesciato primizie di carne, pescado e verdure nella voragine metallizzata. A quel punto, incurante degli sguardi ingioiellati che svuotavano i carrelli ricolmi dentro gli interni in pelle del compagno di turno, avrebbe aperto avidamente il suo rancio, guadagnando una zucchina, dei peperoni, qualche coscia di pollo, e se fosse stata fortunata, degli strepitosi gamberetti. Immaginava il modo in cui li avrebbe cucinati, e come gli avrebbe raccontato la lotta per la conquista del bidone, la difesa del cibo dalle grinfie delle egiziane, che giustificavano la necessità col numero dei figli e dei mariti, e Monica, la buona Monica, coi suoi occhi tristi da ubriaca a scalciare perchè anche lei di figli ne aveva, ben tre, e suo marito era in carcere perchè era stato denunciato e la picchiava, e i suoceri la tenevano rinchiusa in una stanza senza luce, ma questa è un'altra storia.
Tornata a casa, avrebbe contato le ore, e racchiuso i desideri nel guscio di ogni gambero, dominando l'angoscia dell'attesa coi mestoli, giocando con le bolle dell'acqua, assaggiando ogni portata con un immancabile mmmmmmmm che si faceva sempre più acuto nell'aria, si univa al profumo delle pietanze e si infilava sotto le porte e le finestre fino al patio- tutti, l'avrebbero sentito
entrare e sbraitare per il disordine che era il suo, costruendo a insulti la rivendicazione del maschio dominante. Era questo che concludeva quell'ora tanto ricamata durante il giorno a suon di sospiri e sbattere le uova con la farina, punto 3 della ricetta di una tarta de chocolate che ingurgitava senza lasciarne traccia del passaggio tantomeno a parole.
Povera Tana!

"Molta gente mi chiede perchè lo faccia, se sono nata masochista o sono semplicemente pazza." -
raccontava la Tana al cerchio dei curiosi, con un'istituzionalità da conferenza stampa - "io dico semplicemente che sto facendo Esperienza, e mi va bene cosi'." Poi sorrideva, domandava da far su, e in una nuvola di fumo spariva- nessuno l'ha vista piangere mentre si allontanava facendo spallucce come l'eroina di uno dei racconti che scriveva per ravvivare il caminetto immaginario nei giorni d'inverno, col broncio di una bambina bellissima che ha perso la sua bambola preferita in una domenica al lago-

E poi un repentino cambio scena, breve come uno sbatter d'ali o di palpebre, annunciava la favola ormai consueta.
La favola era un sogno che N. ripeteva ogni notte, dal giorno in cui la Tana l'aveva salutata con la mano nell'ultima despedida.


Lei era piccolissima, e una barba ignota le consegnava la chiave d'accesso a un giardino di cristallo, fatto di alberi enormi che pullulavano di frutti e fiori magici.


La sfortunata non era stata avvertita di camminare piano, con una lentezza d'incenso. Le avevano così aperto la porta e lei aveva corso, come d'abitudine, misurando le gioie del suo raccolto, e meravigliandosi che quello che da sempre aveva seminato in forma di lacrima o di mare sotto il cuscino era ormai mirabile opera del destino i cui frutti baluginavano al sole di un cielo qualunque.


Ma appena terminava di compiacersi che un rumore improvviso, come d'uragano, scuoteva la terra, e lei si rendeva conto solo un attimo dopo di aver interrotto la religiosa quiete coi suoi passi rozzi e senza equilibrio. La terra le si apriva sotto i piedi stridendo come lo strofinarsi sincronico di due metalli, e mentre un lamento di sirena accompagnava l'irreparabile squarcio ecco un bubbolio sempre più vicino, un ribollire d'api o di calabroni e poi uno ad uno i suoi frutti che iniziavano a cadere, e N. doveva superarsi e correre per salvare tutta quella bellezza, e mentre ne afferrava uno, l'altro irrimediabilmente seguiva una linea verticale subito dietro le sue spalle, arrestava un bocciolo e subito davanti ne stavano altri venti che la beffavano in mirabili cadute.


Rotolavano a terra e si rompevano, uno dopo l'altro, con un fragore di milioni di posate che cadono all'unisono su scale di ceramica, e per inerzia alcune rotolano, con un lamento che si ripete come un' eco, e N. avrebbe voluto prenderle tutte, ma le sue mani erano piene di tagli, e tutto continuava a cadere, ed ora dimentica di ciò che stava facendo, lasciava rotolare quello che aveva appena afferrato per riuscire a fermare dalla distruzione quell'altro, poi l'altro ancora, e le cose continuavano a cadere, e lei sapeva di aver rovinato tutto senza volerlo, lei voleva, ma non era pronta per tutta quella ricchezza, che adesso le si sbriciolava contro, e addosso, e le tagliava le mani, e il labbro superiore, e gli occhi pieni di sale, e le scarpe da cui ormai uscivano dita gelide e piene di sangue.




mercoledì 6 gennaio 2010

Il gioco del mondo.

Holiveira, la sua hangoscia
mi entra nelle ossa. Gira, spinge, ed entra dentro di me.
Oggi riprendo i medicinali sui comodini nuovi eppure stanchi.
Brividi nella pelle, brividi holiveiriani.

Vomito al mio specchio parole che non sappiamo,
sentendomi felice nei nuovi abiti, uguali a tutti gli altri riposti nell'armadio.

L'esistenza non riscalda. Le letture fotografano troppo,
o troppo bene, e ti impediscono di tentare nuovi approcci,
che solo si consumano in patetiche illuminazioni letterarie,
subito incenerite dall'ennesima accensione.

Il tuo stile incontrollato e sciatto,
come sempre, rigurgita vocabolari che ormai non so se mi appartengono o no.
Forse non mi sono mai appartenute.
Forse sono parole d'altri, o di altre.

La dannazione di vivere in una dimensione del sogno, come le notti bianche di San Pietroburgo.

Perchè non si riesce ad essere mai felici,
per soggetti come noi?

Perchè non abitare un altro corpo,
o forse un'altra anima,
perchè questi repentini cambi di scena,
questi sùbiti singulti dell'io,
che in un momento si riconosce e quasi
istantaneamente perde la soluzione vicina
con un supplizio nemmeno tantalico tanto effimera è la sua durata?

Holiveira mi possiede, o forse sono io che possiedo lui,
avviluppata in pagine umori e vita vera.
La vita vera. Forse mi rendo conto,
che non esiste che nel sogno.

E a nulla serve la consolazione degli altri,
che di questo stato hanno saputo farsi profeti,
le cui parole non vanno ritoccate neanche di una virgola,
a nulla serve l'angoscia di Lisboa,
il desassosiego,
l'apprendimento svogliato di un portoghese spicciolo
per ovviare ai brividi e al tedio,
a nulla le parole dell'uomo di Duino, di San Pietroburgo,
di Buenos Aires.

Io sono colui che sto leggendo,
oppure è lui che vuole entrare in me,
con un impossibile anelo.

Che gli dei mi concedano il beneficio della veglia,
o della stupidità, o l'arma della penna e del foglio
a macchiare centinaia di pagine per guardare
questa passione come nient'altro che
una (s)piacevole lettura.

Altrimenti, un giorno o l'altro,
ne morirò.

mercoledì 16 dicembre 2009

IL DESTINO DI MARUZZELLA

Racconteró di te, Maruzzella,
creatura gioviale e triste insieme,
condannata a render bella
la vita di chi piú le preme,
senza tener in conto
l'antico detto della ciambella.

Respirando le felicitá degli altri,
al tuo sguardo, alla tua dedizione
non di rado ti trovasti
davanti all'ennesimo tenzone:
prendere o lasciare?

Tu prendi Maruzzella,
-la risposta d'altronde è sempre quella-
per la tua stessa solitudine
che non ti è sorella,
ma questo glielo racconti
sotto il cuscino
al ventre di turno, o all'amico
davanti al camino.

La tua vita é cogliere
e restituire il triplo
ad ognuno della propria essenza.
Ma tu, all'assenza
di reazioni uguali inabituata,
con quella concezione del mondo
come di una casa fatata,
ti perdi in un girotondo
di pensieri facce e persone,
e finisci a rivoltare la frittata.

E' il tuo destino bimba bella,
saltar di fior in fiore,
belli, brutti, tonti, scaltri
dimenticando ogni sapore
perché lo ricordino gli altri,
al risvegliarsi dal torpore.

martedì 15 dicembre 2009

GLI ULTIMI GIORNI

Furono giorni bislacchi,
c'era togliere via gli stracci
inscatolare scarpe e tacchi.
C'era l'andare
stanco e squilibrato
di colui che scrive a caso,
senza ritmo né verso,
senza usare capoverso,
e con una rima
che mai raggiunge
il verso prima.
furono giorni di transustanziazioni,
di letti di sfatti
di fatti e riflessioni.
Ci furono svariate proposte,
forse, ci furono risposte
che fingemmo di non sentire.
Ci fu il voler semplicemente dormire,
sulla sua pelle si seta.
Ci fu l'abbandondare
svogliato e sciatto,
mancó da rifinire una maqueta.
Ci fu la squisitezza
dell'ultimo piatto
di paella, il vedersi brutta
e insieme bella,
ci furono regali sonagli
luci e colori, le discussioni
nate per gli sbagli, in casa e fuori,
parlando d'ipotetici figli e abbagli
che s'affacciavano incerti
sul davanzale del cuore.
Ci fu sognare di farti l'amore,
mentre le mani scontornavan
la tua assenza.
Ci furono giorni con te e anche senza.
Mai mancó l'essenza,
a riscaldare questo temponebbia
e mentre la mente
s'arrendeva all'evidenza
della bipolaritá di transizione,
chiuderai quella valigia
senza alcuna spiegazione.

domenica 13 dicembre 2009

Il sabato del villaggio

qualcuno mi salvi dalla mia follia.
tutto diventa irrespirabile.
l'aria è una cosa blu insensata.
le figure non si vedono,
l'immaginazione esaspera amplessi
alieni a noi stessi
rivolgiamo preghiere stanche
all'anima che non vuole piú ascoltare.
Non c'è strada né uscita
per le mie impossibili vertigini.
La paura che il tuo fiore
tu, non voglia fartelo cogliere,
si maschera d'egoismo
in sprazzi di luciditá amara.
come non amare sè stessi
perché ci si ama troppo.
proteggendo il tuo temp-io
come con la sacralitá d'una vestale
impazzita.
finirai come quei pazzi che cercavano
l'uomo senza vedere sé stessi.

Amen.

venerdì 11 dicembre 2009

TORNARE.

Tornare, o partire.
Tornare a scrivere, o lasciare. Sará questo poi, l'ultimo post ed il primo dopo un anno che non tocco la mia carta digitale. non mi mancava, ma forse sí.
Nel frattempo, vieppiú supporti si sono contaminati della mia calligrafia. tra questi, pacchetti di sigarette, carte, fazzoletti, pezzetti di legno e d'anima, e un quaderno meraviglioso, regalo d'un nuovo e forse unico (ecco che torna il termine, "non è l' amore che (ri)torna ma quello che finalmente nasce) Amore.

Tornare dunque. Assodato il prologo dovuto e dovente sul perchè il mio luogo é rimasto orfano "por tanto tiempo", torniamo al tema del tornare. O iniziamolo, per salvare la schizofrenia della prosa.




Sto abbandondando un luogo e sto tornando o sto partendo verso un luogo nuovo.
é questo che mi chiedo nelle pagine larghe della vita, e in quelle strette dei passi che misurano i marciapiedi le ultime volte eppure lo fanno con la stessa naturalezza di un nativo del posto che sa che non lascerá mai su "hogar".

La bipolaritá mi sorride, mentre scrivendo in italiano sorseggio mate, finalmente una mia "matera", - io, che adesso non ne ho bisogno!- il mio tavolo pieno di pezzetti di ricordi in forma d'oggetti e alluminio, e mi chiedo, mi prefiguro, mi immagino, mi vedo, poi sorrido, poi caccio improvvisamente un grido.
"brindo por el futuro con la noche de testigo" cantano los rodriguez nella macchina intelligente, e in realtá è vero. non spaventa tornare, il tornare ora e' quasi agognato, ma il contesto, il contesto ci spaventa. Un pensiero nello zibaldone tra il lavoro e le frasi d'autore, mi ha scosso.

Ho avuto paura, paura del mondo etichetta, Milano, di cui contribuisco a caricare lo stereotipo forse perchè cosí la vedo talmente piccola e alla mano che quasi non fa piú paura, o forse perchè categorizzare i luoghi ti aiuta ad adattarti ad essi con la migliore strategia, prima di viverli.

Ma a te, ho mai catalogato Madrid? Il tuo nome è cosí un grido di gioia che per pronunciarlo devi allargare gli angoli della bocca... come sei semanticamente allegra, cittá mai vissuta eppure, eppure buona con me!
Ti ho bistrattato, preferito, guardato con sufficienza, preteso di conoscere, poi disconosciuta, e tu eri lá. Con i tuoi negozi e i tuoi bar de tapas, con la tua bislacca calle montera dove un micromondo si muove in armonia con tutto il resto senza per questo invadere o molestare l'altrui fluire degli eventi.

Terra di nessuno, terra compagna d'ore felici (e anche le tristi, suonavano ovattate, coperte dagli Hola y Adiós dei vicini nel patio), ti lascio e con te lascio tutto ció di cui sei degna capitale.
Mi perdonerai se dimentico qualche ricordo nel cammino, la mia valigia è soggetta a tariffa e giá le gambe poco sostengono il peso di piú di diecimila giorni di ricordi in castellano.
Mi servirá il tuo sorriso, quando guarderó negli occhi di chi mi guarda e non capisce, nelle facce dell'invidia o della noncuranza (quale della due piú frequente non lo so, giá che le due sono gemelle monovulari.) per cercare tra i mille sguardi quelli sinceri, e riconoscerli, e farli miei.
Mi servirá la tua capacitá di tollerare, per tutti i momenti in cui mi accecherá un'ira diversamente interpretata, e risucchieró parole e lacrime dentro gli occhi del cavallo di guernica.
La mia disperazione saranno i molli orologi di Dalí, il mio andare obliquo.
La mia natura sará il non avere angoli, come insegna il buon Gaudí.
L'intero Parque del Retiro in un giorno di sole sará la mia energia, la scioglievolezza del verso,
el idioma.
In me ti porto, per affrontare il mondo di fuori.

Ce n'è uno ancora piú piccolo, di mondo, del quale non si puó parlare perché non ci sono parole abbastanza alte per descrivere il sublime. Ma questa è un'altra storia, che abbiamo raccontato da un'altra parte. Un giorno, qualcuno la leggerá. E il resto, è ancora tutto da scrivere.


giovedì 17 aprile 2008

23 anni y sin embargo.

Si, son ventitres las velas en la tarta imaginaria de la ciudad de Murcia, cuya nata y fresas son los trajes alegres de estudiantes en fiesta, y manchas de calimotxo alrededor.Ahora qué? Como te cambian los recuerdos, de un "anno"al otro, nina que ya no sos, VOS, senorita, ya vieja para no ser maldita,no contestas a la pregunta del espejo a la manana y piensas que es un dia como otro, y la felicidad no la vees porque ibas demasiado ciega.
Felicidad? No, alegria.
NO es lo Mismo? No.
pero por lo que se pueda, reimos, y la felicidad ya vendrà, ya vendrà, la veo que me sonrìe y sin embargo no me saco el abrigo, el sol es demasiado fuerte.
Forse sono Elisewin e ho bisogno di non apprendere a nuotare da me ma sulla sua pancia,
forse la vita la devi imparare con le tue gambe però non puoi non farlo se la tua unica voce è quando lui vuole che sia,
e il mare è vicino ma lontano.

Ventitrè anni, RIDIAMO.


mercoledì 5 marzo 2008

cuanto tiempo pasó

se que no escribo pero como aquel gran amigo y maestro suele pasar por aqui esperando que algo aparezca aquí estoy..
non ho internet in casa e il mio materasso e' a terra ma non ci importa se riponiamo con cura le nostre cose in una cassa di legno e cartone in attesa di un armadio..e cosí sono volati cinque o sei mesi..
e qui si studia inglese pero´ davvero e´la musica che la fa da padrone, la saaaaaaaaaaambbaaa, con le sue vibbbbranti sensazioni, e ti riscopri che avevi una forza ormai persa...
e sei sempre la solita anacronista che vuole studiare l'inglese vivendo in spagna e leggendo RAYUELA nella lingua in cui JULIO l'ha scritta (PEPPE questa e´per te: hai notato quanto anagramma quel maravilloso hijodeputa quando scrive??? parla spesso al RESVE, pero' non e' un MAPROBLE per noi no??ahahah)
bene, la sessione del pc dell'universita´gentilmente mi avvisa che "me kedan dos minutos"..devo andare.
toranre a scrivere della tua vita e' come recuperare le fila di qualcuno che gia´non sai chi essere, la tua mente pensa in spagnolo e per la meta´della giornata stai parlando inglese con i tuoi compagni di intercambio...dimenticavo gli sprazzi di brasiliano e ileno, autentiche illuminazioni grammaticali che hanno il meraviglioso rislutato di rendere il tuo linguaggio sempre piu' entropico...alla fine ti capirai solo tu..
o forse io e te possiamo inventare la nostra lingua, come gia' facciamo, che e' un argitaliañolo, e ci piace cosi´...

amo tutti e nessuno, será por el viento.
hasta pronto

lunedì 15 ottobre 2007

Asi es la vida

las cosas cambian, y cambia el idioma en que van escritas..
sono un mare in tempesta, ma a casa ci sei tu ad aspettarmi...non sei l'altro, e ancora non mi abituo a certi lineamenti che sembravano quotidiani, ora ormai nemici...
perche'? avrebbe voluto che piangessi dietro di lui per anni, per ferirti meglio che nella sua incoscienza presentandoti la nuova ovvero facendosi vedere con lei ma occultandone l'identita' per un buon tempo, come e' successo con te?o forse, vittima di ripensamenti dettati dall'abitudine avrebbe voluto ritentarci? no, e' che vedi, ci si sente persi quando non si possiede il cuore di qualcuno, ci si sente naufraghi senza l'attenzione di chi nemmeno ti interessa, con che sai che ci sia ti va bene, sai che c'e' qualcuno che sta piangendo per te e ti fa sentire forte tutto questo, e bello, intelligente, elegante. peccato che non ho versato una lacrima nemmeno davanti a quel corpo freddo in una bara, tu eri la' e sai com'e' stato, ed io ero gelida forse piu' del cadavere del mio povero babbo.
Ma a te bastava prendere la palla al balzo, per raccontare la tua favola dell'eroe e della puttana.
A me non importa.
C'e' una nuova casa per me. E una persona che impari ad amare, innamorata dell'amore che leggi nei suoi occhi per te.
E non piango, no. E ho un lavoro, e sono comodamente seduta al pc dell'impresa dove sto facendo lo stage, tu che dicevi che non avrei mai compreso il mondo del lavoro, con le sue consegne, responsabilita', tempi.
Eppure io il tempo lo trovo, che strano.
Dall'amanecer fino alla tarde trabajo como loca, e no me corta el mambo, sabias?
Perche' torno a casa, e scendere dalla fermata e' un chiudere le persiane del lavoro e aprire l'arcobaleno. Mi aspetta con il suo cigarro relleno verde il sapore in bocca mentre cammini mano nella mano ed era da tanto che non lo facevi e non sai nemmeno il perche'..e il caldo e' l'arrosto nel forno, con il riso in bianco e le patate cotte da scottarti la lingua, e il te' con leche para la nena que vuelve del trabajo, e un massaggio alla schiena parlando di lavoro e musica, e carezza prima di andare a dormire, non si riesce ancora a fare l'amore senza scacciare facce note, percio' una calda coperta e no pasa nada, besitos, hasta que se cierren los ojos, besitos para la nena que los necesita. Te kiero. ...Y yo, papito.
y yo.

martedì 12 giugno 2007

VOLVER

Non posso abbandonare il mare piatto e calmo per tornare alla tempesta. non posso.
I giorni scivolano troppo rapidi, come la sabbia che stringo nelle mani giocando ad essere bambina, stringendo al petto la pupa di Romi, argentina meravigliosa dalla vita piena di spine, eppure sorride e ti apre il cuore, lei e la sua piccola riccioli indomiti nel vento.
La casa è cambiata ancora, vivo con Marce e Fer, e la tranquillità del giorno, in un appartamento argentino - finalmente, alla fine dell'esperienza- lascia il posto ad una strana angoscia, quando lo sguardo si posa sul rosso verde e giallo dei tamburi, ben ordinati in un angolo del salone, correndo poi al tavolo sempreverde ma non perchè siamo in un casinò, a finire ai poster innumerevoli, macchie colorate del tuo pub favorito sparse sul bianco di una parete a cui manca solo il celeste.
Guardati. Hai la faccia stanca e contenta, e stai iniziando a sentire in bocca l'amaro di tornare dall'altra parte. Cosa ti aspetta oltre quella benedetta lingua di mare che piena di speranza e paura hai superato, sola, nove mesi fa?
Vai via, e la gente non ci crede. Ti dicono che non puoi farlo. Minacce di sequestri e rapimenti per la Tanita internazionale. e il cuore si stringe, a pensare a cosa troverai dall'altra parte. Il nulla. Forse qualche soddisfazione te la regalerà lo studio, gli amici, quelli che sanno vederti donna, quelli che ti hanno dato il buono e il bello della parentesi milanese in una settimana di fine maggio. Gli stessi che, lo sai, non ti abbandoneranno. Gli stessi che ti hanno confessato che la tua capacità di parlare con qualsiasi tipo di gente, indipenedentemente dal colore, razza, età, dignità non è un difetto, non si disprezza. Si ammira, si ricerca, si imita. Sfortunatamente non TUTTI la pensano così. E in quei tutti, aihmè, rientrano un paio di persone a te care, ma che non comprenderanno nè ora nè mai. Già l'odore della frustrazione inizia a sentirsi. Tornerai, e non tutto il mondo sarà disposto ad accoglierti come prima. Sai che probabilmente risulterai scomoda, e non mancherà chi ti darà della fuori di testa. Ma a te tutto questo non importa. Non hai bisogno di amore, nè di affetto e comprensione. Ce li hai dentro, e qui te ne stanno regalando talmente tanto che ti sta nauseando. Il resto è solo strascichio stanco di telefonate di servizio, senza tempo nè voce, hai perduto interesse ma in fin dei conti è meglio così. Che nuovi volti rimpiazzino il tuo, che venga un nuovo amore per un amore stanco a cui tu non sai se regalare ancora vita e forza, o gettare finalmente l'ancora e scendere dalla nave, raccogliendo due anni e mezzo di vestiti rattoppati. A volte fantastichi troppo, e in un ultimo disperato gesto pensi che vorresti un figlio, da lui. Costruirti una vita con esso, qualunque strada prendiate voi due, e non per legare a te l'altro in vincoli eterni di rispetto, no. Semplicemente per avere un ricordo di ciò che è stato, e probabilmente non è più perchè le linee che sembravano perpendicolari non possono incrociarsi che all'infinito, e il tuo tempo, sventurata, infinito non è.
Ci sarebbero altre infinite cose da raccontare (compleanni in spiaggia, e Caceres ) ma ne parlerò quando sarò via di qui, pa que el recuerdo no muera.

lunedì 23 aprile 2007

La primavera trumpetera ya llegò...

Sì, è estate. Senza dubbio alcuno, siamo arrivati. E le maniche corte, mai effettivamente dismesse, sono un must, ma lasciano già chiazze per colpa del sole. Le discoteche un microonde gigante. Occhiali a cuore, ti senti fortunata. Sei tornata dall'Italia, e la burbuja non si è rotta, anche se qualche scossone sì che l'hai subito, ma questa è un'altra storia. La storia di qui è il sole, ancora una volta, nella mente e nel cuore. Studi, ma in tutto questo cresci imparando la vita. Dove? en la calle. (e del resto, da dove parte tutto, moda compresa?giusto perchè qualcuno non storca il naso). Ebbene sì, in strada, On the road alla Kerouac. Santa Faz 2007 è una data, per esempio, di quelle che ricorderai per la gioia di vivere, e nient'altro. Uno di quei giorni perfetti, in cui la sveglia alle 7 non ti pesa. Santa Faz è una processione religiosa, che parte da Alicante e arriva a San Juan. Chilometri di folla. Solo che non siamo a Lourdes, o al Vaticano. E in quel fiume ininterrotto e contorto di gente che ti passa davanti, dietro, al lato, mentre ti incammini sonnecchiante con i tuoi percussionisti a portare sole e allegria, facendo colazione con sangria e rum (ma questi sono dettagli poco sorpredenti) , comitive intere di ragazzi e bande di scalmanate tredicenni seguono la processione mescolandosi alla folla, alla guida di carrelli della spesa pieni di ogni ben di dio per un botellon..alcuni avevano persino la borsa frigo, mescolandosi alle famiglie, ad anziani col bastone di quelli che passeggiano grattandosi la testa, a bambini urlanti. In tutto questo tu sei là, con la musica, a ballare e sorridere chiedendo gentilmente monete, e sigarette, o bibite, tutto ciò che ti può dare il curioso che si ferma a guardare l'allegra e colorata banda e la sua musica, e che per due minuti o quanto voglia rimane intrappolato nella buena onda che emanate tutti, a cui è difficile sfuggire. Ricavi più di 100 euro passando il tuo cappello da giullare tra mani e mani, ballando e ringraziando in una lingua non tua (essì che sei Argentina, ora del Mar del Plata ora di Buenos Aires, la gente lo crede perchè una allegria così coinvolgente possono averla solo gente come loro, e come te, claro), ricevi il tuo premio in denaro e tanta ammirazione per essere stata così incredibilmente brava a guadagnare tutto ciò in tre ore appena, sei parte del gruppo, la hermanita, la hija, la companera, tutti insieme a mangiare un kebap ripartendo el dinero, e poi spiaggia, perchè la gente non dorma sul suo asciugamano ma si alzi e venga a muovere un pò la cintura con il vostro ritmo. Sei il ritratto della felicità, una felicità fatta anche di hic e bollicine ma non per questo meno vera e intensa. E sulla stessa onda, la noche trumpetera dell'jendrix. Eventi di cui parlerai, ma che devi fermare -in rete, sulla carta- per te, per il tuo ricordo che già scivola cancellato automaticamente dal giorno successivo, che si rivela sempre meglio di quello prima, e hai paura che il climax si arresti prima o poi perchè a te per prima sembra anormale. Anormale vedere la gente che ti osserva con invidia e stupore, contagiata dal tuo sorriso e gioia di vivere, ballare senza stancarsi mai, l' Jendrix con la sua festa che ti sa di inaugurazione del giardino di Pippo in tempi che forse sognasti - o stai sognando adesso- , tu e marcelo vestiti da pagliaccio con tanto di naso rosso a ballare ska levando al cielo le vostre trombe immaginarie, sul ritmo di canzoni che non dimenticherai. La musica non ti abbandonerà mai. E il sorriso di gente che con quella musica ti parla, nemmeno. E quando sarai triste, boluda? Musica maestro, verrà il Tu-Ta Tu-Tà!

domenica 8 aprile 2007

VIVIMOS EN UNA BURBUJA...

non so quando i contorni hanno iniziato a sparire piano, e il riflesso arcobaleno della luce del sole su una bolla d'aria e sapone mi ha iniziato ad avvolgere...ci ha avvolto..non so nemmeno la bocca di quale bambino, in un gioco eterno e già previsto, ci ha sputate fuori insieme ad altri mille volti come noi, che probabilmente non incontreremo ma di cui condividiamo il destino di sospensione..ci muoviamo nel vuoto e siamo particelle d'acqua, in a bubble, come dici tu, en una burbuja-segun ellos-,in una immensa bolla che ci porta via, giocando a farci rimbalzare senza mai cadere su prati, e letti, e visi, e baci, e città..ancora Italia ma è tutto diverso e come un gioco..gli occhiali a cuore per vedere la vita come un cartone animato, e il vento soffia dentro la bolla e con le mani ancora attaccate alla superficie appiccicosa giochi a rotolare tra il Colosseo e Via dei Tribunali..le sveglie sono un sorriso, lenzuola rosse come la luna di Napoli per le due principesse, fumaglie continue e questa sensazione che ancora non ti abbandona, rotolare nel tempo e nello spazio come dadi lanciati da mani ignote, ma senza mai cadere..nulla a farti male, perchè anche se è italia stai parlando in spagnolo e in inglese- l'hai fatto per continuare a sognare, e la tua batterista inglese occhioazzurro ti reggeil gioco implicitamente richiesto dal fatto stesso di parlare nella lingua che avete comune, lontane entrambe dai vostri mondi nonostante ci siete, nel tuo, e gioia sono i volti amici, e la casa torna ad essere di quattro nonostante il marmo è freddo e non ti piace nemmeno il colore
-l'hai visto oggi, ma non potevi fare altro che appoggiarvi la testa per cercare di penetrare, hai bussato ma nessuno ti ha risposto, nemmeno un fiore a salutarlo, solo lacrime.
tornano i sorrisi, ed è quasi timida la bocca che si schiude in casa tua, quasi ad aver timore di emettere un grido e non una risata, o che la risata stessa suoni sgraziata ed eccessiva.Invece due bacchette a segnare un ritmo sulla spalliera di una sedia bastano a far ballare tua mamma su una gamba sola per il dannato menisco, e tu ritrovi la vena cabarettistica per regalare due minuti di show, prima di tornare in te e realizzare, testa contro il muro, che dormire è meglio che stare svegli, quando l'incubo sta in tutte e due le fasi.hai ancora il cioccolato in bocca e già devi scappare di nuovo, lassù al nord qualcuno ancora ti ama, e tra una settimana devi riportare lacrime e gioie dall'altra parte del mare, assecondando il perenne rotolare della burbuja..e nonostante tutto, puoi chiamarti fortunata, anche se la faccia nello specchio piega ancora la bocca all'ingiù e tu devi correre perchè dalla cucina qualcuno ti chiama.